di Velia Iacovino
Con la sua scomparsa l’Italia perde uno degli ultimi grandi maestri del diritto europeo. Un intellettuale che non si limitò a interpretare le norme, ma cercò di comprendere il senso profondo dei mutamenti della società contemporanea.
Si è spento oggi all’e3tà di 90 anni Natalino Irti, una delle figure più autorevoli della cultura giuridica italiana ed europea, maestro di generazioni di studiosi, pensatore rigoroso e intellettuale capace di attraversare oltre mezzo secolo di storia del diritto lasciando un segno profondo nella vita accademica, civile e istituzionale del Paese. Con lui scompare non soltanto uno dei maggiori civilisti italiani del Novecento e del nuovo secolo, ma una voce che ha saputo interrogare il diritto ben oltre i suoi confini tecnici, trasformandolo in strumento di riflessione sulla società, sulla politica, sull’economia e sul destino stesso della modernità. Le sue opere, tradotte e studiate in tutto il mondo, hanno contribuito a ridefinire il ruolo del giurista nell’epoca della complessità, della globalizzazione e della crisi delle grandi certezze normative.
Nato ad Avezzano il 5 aprile 1936 in una famiglia di solida tradizione abruzzese, ha attraversato una stagione della cultura italiana che ha visto il diritto dialogare con la filosofia, la storia e la politica, formandosi alla scuola di Emilio Betti, uno dei maggiori giuristi del Novecento, e proseguendo il proprio percorso scientifico sotto il magistero di Mario Allara. Professore ordinario già dal 1968, insegnò nelle Università di Sassari, Parma, Perugia e Torino, prima di essere chiamato nel 1977 alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università La Sapienza di Roma, dove avrebbe formato migliaia di studenti insegnando Istituzioni di diritto privato, Diritto civile e Teoria generale del diritto.
Le sue lezioni sono rimaste nella memoria di intere generazioni di giuristi. Non semplici corsi universitari, ma autentiche lezioni di metodo e di pensiero, nelle quali il dato normativo veniva continuamente messo in relazione con la storia, la filosofia e le trasformazioni della società contemporanea.Accademico dei Lincei, Presidente emerito dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, già membro del Consiglio Nazionale Forense, Irti ha svolto un ruolo di primo piano anche nella vita pubblica italiana. Su indicazione del Partito Liberale Italiano ricoprì importanti incarichi nelle grandi aziende dello Stato, fu presidente del Credito Italiano, vicepresidente dell’Enel, membro del Consiglio di amministrazione dell’IRI e del Comitato per le Privatizzazioni. Tra il 1985 e il 1987 fu inoltre consigliere comunale di Roma.
Ma il suo nome resterà soprattutto legato alla sua straordinaria elaborazione teorica. Nel panorama della cultura giuridica europea, Natalino Irti è stato il pensatore che più di ogni altro ha interpretato la crisi della centralità del codice civile nell’ordinamento contemporaneo. Con il celebre volume L’età della decodificazione, pubblicato nel 1978, descrisse un fenomeno che negli anni successivi sarebbe diventato sempre più evidente: la progressiva frammentazione del diritto privato in una pluralità di sistemi normativi speciali, ciascuno dotato di principi e logiche proprie.
Era la fine dell’illusione ottocentesca del codice come centro unico e ordinatore dell’intero sistema giuridico. Al suo posto emergevano una molteplicità di discipline settoriali, spesso nate dall’interazione tra interessi economici, gruppi sociali e potere politico. Un cambiamento che Irti analizzò con lucidità straordinaria, anticipando molti dei problemi che ancora oggi animano il dibattito giuridico.La sua riflessione si spinse ben oltre. Egli individuò nella crisi della codificazione anche una crisi del ruolo stesso del giurista. Venuta meno la stabilità garantita dai grandi codici, la certezza del diritto non poteva più essere affidata esclusivamente alla legge, ma richiedeva una nuova centralità della dottrina e dell’interpretazione.
In questa prospettiva, Irti sviluppò un pensiero sempre più attento al rapporto tra diritto e potere. La sua opera denunciò l’emergere di nuove forme di dominio, generate dalla convergenza tra economia globale e istituzioni sovranazionali. Nel saggio La tenaglia individuò i due poli che stringono la società contemporanea: da un lato la tecnocrazia dell’economia, dall’altro la clerocrazia delle religioni. Tra queste forze, sosteneva, rischia di smarrirsi lo spazio autonomo della politica e della libertà civile.
Negli ultimi decenni il suo pensiero si è concentrato sul tema del nichilismo giuridico. Con opere come Nichilismo giuridico, Il salvagente della forma e Diritto senza verità, Irti giunse a una delle riflessioni più radicali della filosofia del diritto contemporanea. Secondo il giurista romano, nell’età postmoderna non esistono più fondamenti assoluti, verità metafisiche o principi eterni in grado di legittimare il diritto. Ciò che resta è la forma giuridica, il procedimento, la regola formalmente condivisa. Non la verità, ma la forma; non l’assoluto, ma la decisione.
Una posizione che suscitò dibattiti intensi e talvolta polemiche, ma che contribuì a rendere Natalino Irti uno dei pensatori più originali e influenti del panorama europeo.
Accanto all’attività scientifica, non venne mai meno il suo impegno civile. Attraverso la Fondazione Nicola Irti promosse iniziative culturali e opere di solidarietà, dedicando particolare attenzione alla formazione nelle carceri. In collaborazione con il Consiglio Superiore della Magistratura e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria sostenne programmi destinati ai detenuti, convinto che la cultura e il diritto potessero rappresentare strumenti di crescita e di reinserimento sociale.Negli ultimi anni aveva continuato a offrire il proprio contributo al dibattito pubblico, anche attraverso la rubrica “Lo Spettatore” sulle pagine domenicali del Sole 24 Ore, confermando una lucidità intellettuale rimasta intatta fino alla fine.
Con la sua scomparsa l’Italia perde uno degli ultimi grandi maestri del diritto europeo. Un intellettuale che non si limitò a interpretare le norme, ma cercò di comprendere il senso profondo dei mutamenti della società contemporanea. Un uomo che ha insegnato a generazioni di studenti che il diritto non è soltanto tecnica, ma cultura, responsabilità e coscienza civile.Le sue opere continueranno a essere studiate nelle università di tutto il mondo. Ma il suo lascito più prezioso resterà forse il metodo: il rigore dell’analisi, la libertà del pensiero e la convinzione che il compito del giurista sia quello di interrogare incessantemente il proprio tempo.
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