di Emilia Morelli

La riforma dei medici di famiglia voluta dal ministro Schillaci si ferma davanti alle divisioni della maggioranza. Al centro dello scontro il possibile passaggio alla dipendenza e il futuro delle Case di Comunità del Pnrr

medici di famiglia

La riforma dei medici di famiglia si arena prima ancora di arrivare al traguardo. Dopo mesi di confronto tra Ministero della Salute, Regioni e rappresentanti della categoria, il progetto promosso dal ministro della Salute Orazio Schillaci si è scontrato con le resistenze politiche all’interno della stessa maggioranza di governo, che ha deciso di frenare sull’aspetto più controverso della riforma: il rapporto di lavoro dei medici di medicina generale.

Lo stop rischia ora di avere conseguenze anche sul percorso di attuazione della sanità territoriale prevista dal Pnrr, in particolare sulle nuove Case di Comunità che dovrebbero diventare il punto di riferimento dell’assistenza sanitaria di prossimità.

Cosa prevedeva la riforma

La proposta elaborata dal Ministero e condivisa dalle Regioni non puntava a trasformare automaticamente tutti i medici di famiglia in dipendenti pubblici. Il modello prevedeva invece un sistema misto: da una parte il mantenimento della convenzione con il Servizio sanitario nazionale, dall’altra la possibilità di una forma di dipendenza per le attività svolte all’interno delle Case di Comunità.

L’obiettivo era garantire una presenza più stabile dei medici nelle strutture territoriali, rafforzando la presa in carico dei pazienti cronici e fragili e migliorando la continuità assistenziale.

Il no della maggioranza

A far saltare il progetto è stata soprattutto la contrarietà di una parte del centrodestra. In particolare, esponenti di Fratelli d’Italia e Forza Italia hanno espresso forti perplessità sull’ipotesi di introdurre forme di dipendenza, sostenendo che il medico di famiglia debba continuare a operare come professionista convenzionato e autonomo.

Secondo i critici della riforma, il rischio sarebbe quello di trasformare il medico di base in un funzionario burocratico, indebolendo il rapporto fiduciario costruito negli anni con i pazienti.

La protesta dei sindacati

Anche le organizzazioni sindacali della medicina generale avevano contestato la riforma. La Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg) aveva definito il progetto poco condiviso e potenzialmente dannoso per il sistema, mentre altre sigle avevano minacciato mobilitazioni e scioperi.

Molti professionisti temono che l’inserimento nelle Case di Comunità possa tradursi in una maggiore burocratizzazione del lavoro e in una riduzione dell’autonomia professionale.

Il problema delle Case di Comunità

Lo stallo della riforma arriva in un momento particolarmente delicato. Entro il 30 giugno dovrebbero entrare pienamente in funzione le nuove Case di Comunità previste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, ma senza una chiara definizione del ruolo dei medici di famiglia il rischio è che molte strutture restino sottoutilizzate.

Proprio la presenza dei medici di medicina generale rappresentava infatti uno degli elementi centrali del nuovo modello di assistenza territoriale immaginato dal governo.

Cosa succede adesso

Per il momento la riforma non è formalmente archiviata, ma appare congelata. Governo e Regioni dovranno decidere se riaprire il confronto con i sindacati e le forze politiche oppure individuare una soluzione alternativa che consenta di far funzionare la rete della sanità territoriale senza modificare in modo sostanziale lo status dei medici di famiglia.

Il rischio, avvertono diversi osservatori del settore sanitario, è che il mancato accordo rallenti ulteriormente la riorganizzazione dell’assistenza territoriale proprio mentre il Servizio sanitario nazionale deve fare i conti con carenza di personale, pensionamenti e crescente domanda di cure da parte di una popolazione sempre più anziana.

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