di Velia Iacovino

Quando la scelta di morire mette alla prova i principi su cui si fonda una società laica  e moderna

 

 

Wendy Duffy, 56 anni, non è una malata terminale, ma una donna in buone condizioni di salute. Dopo la morte del figlio, avvenuta quattro anni fa, la sua esistenza è diventata per lei insopportabile. Ha già tentato il suicidio senza successo, esponendosi al rischio di gravi conseguenze invalidanti. E ora si trova a Basilea, in Svizzera, presso la clinica Pegasos, dove sarà assistita nel fine vita. Il suo caso ha riacceso il dibattito su una questione che le democrazie occidentali continuano a rimuovere: il diritto all’eutanasia.

In Italia, in virtù della sentenza 242/2019 della Corte costituzionale, è possibile richiedere il suicidio medicalmente assistito, ossia l’aiuto indiretto a morire da parte di un medico in presenza di quattro condizioni: la persona che ne fa richiesta deve essere pienamente capace di intendere e volere, deve avere una patologia irreversibile portatrice di gravi sofferenze fisiche o psichiche, e deve sopravvivere grazie a trattamenti di sostegno vitale Nel Regno Unito, una proposta di legge sul suicidio assistito — limitata ai malati terminali con meno di sei mesi di vita e sottoposta a rigorosi controlli medici — è stata da poco approvata alla Camera dei Comuni, ma rischia di arenarsi alla Camera dei Lord.

Grandi passi in avanti, che tradiscono tuttavia la difficoltà di tradurre un principio che dovrebbe essere fondamentale in norma: quello della completa autodeterminazione dell’individuo, capace di decidere della propria libertà. Da un lato, ci viene insegnato che siamo padroni assoluti della nostra vita, che il destino non esiste e che possiamo plasmare il nostro presente e il nostro futuro. Dall’altro, quando questa libertà si estende alla scelta di morire, anche se siamo in condizioni che pregiudicano la nostra dignità, emergono resistenze profonde. Come se la libertà fosse pienamente legittima solo finché resta entro i confini della vita, e diventasse improvvisamente inaccettabile quando li oltrepassa.

L’accesso alla dolce morte consentito solo ai malati terminali, con criteri stringenti e verifiche multiple, rappresenta certamente un tentativo di equilibrio tra tutela e libertà. Ma è un equilibrio giuridicamente fragile, perché implica una selezione: stabilire chi può scegliere e chi no. In altre parole, definire quali sofferenze siano “sufficienti” per giustificare una decisione irreversibile è una linea che rassicura il legislatore, ma che lascia aperta una domanda etica difficilmente aggirabile. Il caso di Duffy — esclusa proprio perché non rientra in quei criteri — rende evidente questa contraddizione e sposta il baricentro del dibattito: dalla gestione della malattia alla natura stessa della libertà individuale e del rapporto dell’uomo con la propria vita.

È qui che entra in gioco la libertà di coscienza, uno dei cardini delle società laiche: il principio secondo cui ogni individuo ha il diritto di formarsi un proprio giudizio morale e di agire coerentemente con esso, senza imposizioni esterne. Non riguarda solo le convinzioni religiose o filosofiche, ma anche le scelte più intime, quelle che toccano il senso stesso della vita e della dignità personale. Proprio per questo, la libertà di coscienza entra in tensione nei casi in cui lo Stato interviene a definire i limiti delle decisioni individuali sul fine vita. Se la coscienza è davvero libera, essa dovrebbe poter includere anche la possibilità di ritenere insopportabile la propria esistenza e di chiedere di non essere costretti a proseguirla.

Ma è altrettanto vero e importantissimo tenerne conto che una società si misura sulla sua capacità di proteggere i vulnerabili e di distinguere tra scelta autonoma e sofferenza indotta o non pienamente consapevole. In questo equilibrio fragile si gioca una delle sfide più profonde delle democrazie contemporanee.

 

 

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