di Ennio Bassi
Esteso di tre settimane il cessate il fuoco annunciato da Trump, ma sul terreno continuano accuse reciproche e violazioni. Stallo nei negoziati con l’Iran
Dopo quasi due mesi di ostilità, il cessate il fuoco tra Israele e Libano è stato prorogato di tre settimane, una decisione annunciata da Donald Trump al termine di colloqui con i rappresentanti diplomatici dei due Paesi. La scadenza iniziale, fissata per il 26 aprile, viene così posticipata nel tentativo di consolidare una tregua che resta tuttavia estremamente fragile.
Sul terreno, infatti, la calma è relativa. Israele e Hezbollah continuano ad accusarsi reciprocamente di violazioni dell’accordo: da un lato l’esercito israeliano riferisce di razzi intercettati e operazioni mirate lungo il confine, dall’altro il gruppo libanese rivendica attacchi come risposta ad azioni considerate provocatorie. Rispetto alle settimane precedenti, l’intensità degli scontri è diminuita, ma la tensione resta alta.
Parallelamente, si complica il quadro più ampio che coinvolge l’Iran e gli Stati Uniti. Anche in questo caso, il cessate il fuoco annunciato da Washington non ha una scadenza definita e i negoziati risultano bloccati, in particolare per le tensioni legate allo stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico energetico globale. Gli Stati Uniti hanno rafforzato la propria presenza militare nella regione, con l’invio di una terza portaerei, mentre proseguono le operazioni contro gruppi armati filoiraniani, inclusa la decisione di offrire una ricompensa per la cattura di un leader miliziano attivo in Iraq.
In Iran, intanto, emergono segnali contraddittori. Da un lato, il regime rilancia messaggi di unità nazionale, diffusi anche attraverso comunicazioni dirette alla popolazione; dall’altro, persistono divisioni interne tra componenti più pragmatiche e fazioni legate ai Guardiani della Rivoluzione. Nonostante l’incertezza politica e militare, Teheran si prepara a una parziale riapertura, con la ripresa dei voli internazionali dopo settimane di sospensione.
Il conflitto sta producendo effetti anche sul piano economico e culturale. L’Arabia Saudita ha annullato un importante accordo con la Metropolitan Opera di New York, citando le ricadute finanziarie della guerra, mentre sul fronte diplomatico emergono figure nuove, come l’ambasciatrice libanese negli Stati Uniti Nada Hamadeh, tra le poche donne coinvolte direttamente nei negoziati.
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