di Martina Esposito

L’attrice bolognese presenta l’ultima stagione de La legge di Lidia Poët, in arrivo su Netflix dal 15 aprile, e riflette sul ruolo delle donne nel cinema

Con l’arrivo su Netflix della terza e ultima stagione de La legge di Lidia Poët, disponibile dal 15 aprile, si chiude un percorso che ha segnato profondamente la carriera di Matilda De Angelis. L’attrice, che ha dato volto alla prima avvocata italiana, guarda a questo capitolo come a un’esperienza decisiva, capace di ridefinire il suo modo di intendere il lavoro e il ruolo delle donne nella narrazione audiovisiva.

Durante un incontro con la stampa a Roma, De Angelis ha ribadito con chiarezza la sua visione: ciò che conta, prima di tutto, è la verità delle storie. Quando una figura femminile è al centro di un racconto, sostiene, deve esserlo in modo autentico, senza forzature o concessioni superficiali. In caso contrario, non ha senso inserirla solo per rispondere a logiche esterne.

Il riferimento è alle cosiddette “quote di genere”, che l’attrice osserva con una certa diffidenza quando si trasformano in strumenti puramente simbolici. Secondo De Angelis, il rischio è quello di ridurre la rappresentazione a un gesto formale, svuotato di reale significato. La sua posizione è netta: meglio una storia coerente che una presenza femminile inserita per convenienza.

Pur riconoscendo segnali di cambiamento nell’industria, l’attrice non nasconde le sue riserve verso un’evoluzione che, a tratti, appare più performativa che sostanziale. L’idea di essere scelta per “equilibri” imposti dall’esterno, piuttosto che per esigenze narrative, viene percepita come una forma di superficialità che finisce per indebolire il valore stesso della rappresentazione.

Le sue parole trovano una naturale continuità nel personaggio di Lidia Poët, figura storica che ha sfidato le convenzioni del suo tempo. Definita dagli autori come “una donna del futuro nel secolo sbagliato”, Poët incarna un modello di determinazione e visione che ancora oggi risuona attuale.

La nuova stagione affronta temi complessi, tra cui un caso giudiziario che ruota attorno alla legittima difesa, concetto particolarmente controverso nell’Italia di fine Ottocento. La vicenda personale della protagonista si intreccia con quella di persone a lei vicine, contribuendo a costruire un racconto più ampio, capace di riflettere tensioni sociali e culturali dell’epoca.

Nel corso degli anni, la serie ha visto anche una trasformazione dei personaggi maschili, che si confrontano progressivamente con un cambiamento che mette in discussione certezze radicate. Un’evoluzione che accompagna la crescita della protagonista e rafforza la dimensione corale del racconto.

Prodotta con un impegno crescente, quest’ultima stagione rappresenta il punto più maturo del progetto, con sei episodi che segnano la conclusione di un ciclo narrativo pensato fin dall’inizio come compiuto. Una chiusura consapevole, che restituisce alla serie una forma definita e coerente.

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