di Martina Esposito

Dal suo ultimo libro L’età sperimentale, lo scrittore ci ha illustrato un’idea di terza età attiva e inesplorata, che si riflette anche nel suo modo di scrivere: ogni volta, ricominciare da zero

Oggi la vita si allunga e nel dibattito socio-culturale emerge un tema nuovo: come continuare a vivere in modo autonomo, attivo e connesso agli altri con l’avanzare dell’età. Se lo è chiesto, tra gli altri, anche Erri De Luca, scrittore e giornalista che conta tra le sue ultime pubblicazioni L’età sperimentale, un libro che descrive la vecchiaia come una condizione inedita nella storia umana. Ma per De Luca, intervenuto sulla questione alla giornata inaugurale del Festival del Co-Housing per anziani, ospitato all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma, il problema è anche letterario.

Il volume prende le mosse da un presupposto: mai prima d’ora, infatti, una generazione così ampia ha raggiunto questa fase della vita in condizioni di salute e vitalità tali da renderla uno spazio di possibilità, più che di bilancio. «È un’età sperimentale», scrive, sottolineando come manchino modelli di riferimento: ogni individuo è chiamato a inventare il proprio modo di essere anziano. L’immagine che l’autore utilizza è quella di una risalita nel bosco: all’inizio il fitto delle conifere limita lo sguardo, ma salendo si aprono radure e aumenta la luce. È da quell’altezza che si può vedere lontano, persino oltre se stessi. Non un tempo di ripiegamento, dunque, ma un’occasione per esercitare nuove forme di consapevolezza, per allenare corpo e mente, per continuare a partecipare.

Una visione che trova riscontro anche nelle sue dichiarazioni, rilasciate ad Associated Medias a margine dell’incontro. De Luca insiste sul carattere collettivo di questa trasformazione: «Gli anziani sono molti e inventano la loro età collettivamente», osserva, evidenziando come l’allungamento della vita abbia prodotto una generazione attiva, spesso impegnata nel volontariato e nel sostegno sociale. Ma accanto alla dimensione collettiva resta quella individuale: «Ognuno si deve inventare la propria vecchiaia», aggiunge, mettendo in guardia dal rischio di una resa passiva. L’alternativa è una vecchiaia “attiva il più possibile”, capace di restare dentro il tessuto vivo della società.

Questa idea di sperimentazione continua si riflette anche nel suo lavoro di scrittore. Alla domanda se questa fase della vita abbia un corrispettivo anche nella sua scrittura, De Luca risponde senza esitazioni: «Io sono un principiante dei miei racconti». Un’affermazione che suona come una dichiarazione poetica prima ancora che anagrafica. «Le storie che ho scritto non mi aiutano a scrivere le successive, sono sempre uno che comincia da zero ogni volta», spiega, rivendicando una forma di fedeltà all’incertezza e alla scoperta. Scrivere, come invecchiare, diventa così un esercizio di reinvenzione continua: una posizione, insomma, di chi questa “età sperimentale” la abita e la racconta, scegliendo di restare un principiante.

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