di Guido Talarico

«Dal lager. Lettera a Marisa» di Enrico Zampetti: il diario di un internato militare italiano che, nel cuore della prigionia nazista, custodì intatta la dignità dell’uomo. Una testimonianza che è insieme atto d’amore, documento storico e lezione civile — e che oggi parla a chiunque abbia a cuore la pace, la giustizia e la libertà
di Guido Talarico

Ci sono libri che non si leggono soltanto: si ascoltano, come si ascolta la voce di una coscienza che attraversa il tempo per arrivare fino a noi. Dal lager. Lettera a Marisa, pubblicato dalle Edizioni Studium e curato da Olindo Orlandi e Claudio Sommaruga con la presentazione di Vittorio Emanuele Giuntella, è uno di questi libri. È il diario che Enrico Zampetti scrisse durante la sua prigionia in Germania, tra il 1943 e il 1945, quando — come centinaia di migliaia di soldati italiani dopo l’armistizio dell’8 settembre — si trovò davanti a una scelta che era insieme la più semplice e la più ardua: aderire alla Repubblica di Salò e tornare a casa, oppure restare prigioniero, fedele a un’idea di Patria e di onore che nessuna offerta poteva piegare.
Zampetti scelse di restare. E con lui scelsero la prigionia, la fame, il freddo e l’umiliazione circa 650.000 Internati Militari Italiani, gli IMI, protagonisti di quella che gli storici hanno giustamente definito una «resistenza senz’armi». Non imbracciarono fucili, non fecero saltare ponti: opposero al nazismo l’unica arma che restava loro, il rifiuto. Un «no» pronunciato ogni giorno, nel silenzio dei lager, rinnovato a ogni appello, a ogni razione mancata, a ogni notte gelida. È in questo orizzonte che nasce il diario di Enrico Zampetti, e da questo orizzonte trae la sua forza struggente.
Una lettera d’amore scritta dentro l’inferno
La prima cosa che colpisce, sfogliando queste pagine, è che non si tratta di una cronaca. È una lettera. È rivolta a Marisa, la moglie lontana, e attraverso di lei alla famiglia, agli affetti, alla vita che attendeva oltre il filo spinato. Zampetti non scrive per documentare: scrive per non smettere di amare, per tenere acceso un filo che lo leghi all’esistenza che gli era stata strappata. Ogni annotazione è un gesto di tenerezza ostinata, un modo per dire — a sé prima ancora che a lei — io ci sono ancora, sono ancora un uomo, sono ancora il tuo.
È qui che il libro raggiunge la sua intensità più alta e più dolorosa. Perché racconta la fame (“dove le cosce di fanno polsi”) e il freddo, certo, ma soprattutto racconta come un uomo abbia vissuto dentro di sé quella esperienza. Come ha osservato chi gli è stato vicino, il valore di questo diario sta proprio nel fatto che non parla solo delle vicende esteriori, ma del modo in cui un internato le ha attraversate nell’animo: l’affermazione di una libertà interiore che la violenza dei nazisti non riuscì a conculcare. I carcerieri potevano disporre del corpo, della fatica, perfino della sopravvivenza dei prigionieri; non poterono mai impadronirsi di ciò che Zampetti custodiva più in profondità — la coscienza, la fede, la fedeltà agli affetti, la certezza che la dignità non si arrende.
Il valore storico di una voce autentica
Enrico Zampetti non era un soldato qualunque. Uomo di profonda cultura, sarebbe diventato nel dopoguerra bibliotecario e direttore della Biblioteca del Senato della Repubblica, dopo essersi laureato in filosofia. Questa sensibilità si avverte in ogni riga: nella misura della scrittura, nella capacità di trasformare l’orrore in riflessione, nel rifiuto di cedere al rancore o alla disperazione. Il suo diario appartiene di diritto a quel patrimonio di diari, lettere e memorie che gli IMI ci hanno lasciato e che costituisce oggi una fonte storica di valore inestimabile, custodita e valorizzata da istituzioni come l’ANRP e dalle biblioteche dedicate alla memoria dell’internamento.
Si tratta di documenti che restituiscono la Storia non dall’alto delle date e dei trattati, ma dal basso dell’esperienza vissuta: il punto di vista di chi quella tragedia l’ha patita sulla propria pelle. Per questo il diario di Zampetti non è soltanto un cimelio familiare, ma una pietra del grande edificio della memoria nazionale. Marisa e i figli, insieme ai compagni di internamento, vollero diffonderlo non solo perché non se ne cancellasse il ricordo, ma perché se ne perpetuasse il messaggio: un messaggio di liberazione e di altezza spirituale che accompagna ogni pagina e ne costituisce il lascito più prezioso.
L’eredità etica: il filo che lega le generazioni

C’è poi un dettaglio che illumina di un senso ulteriore questa vicenda e la proietta nel presente. Enrico Zampetti è il padre di Ugo Zampetti, oggi Segretario Generale della Presidenza della Repubblica e tra le figure più autorevoli e stimate di quella categoria di alti servitori dello Stato che hanno fatto e continuano a fare grande la nostra Repubblica. Non è una coincidenza biografica da archiviare in nota: è la prova vivente che i valori si trasmettono. La fedeltà alle istituzioni, il senso del dovere, la dedizione disinteressata al bene comune che caratterizzano il figlio affondano le radici nell’esempio del padre, in quel «no» pronunciato nei lager, in quella schiena dritta che nessuna privazione riuscì a curvare.
È stato proprio Ugo Zampetti, inaugurando una biblioteca dedicata ai diari degli internati, a ricordare che fondare biblioteche significa accumulare riserve di memoria contro gli inverni dello spirito. Il diario del padre è una di quelle riserve. Ci ricorda che lo Stato non è un’astrazione burocratica, ma è fatto di uomini e donne capaci, nel momento della prova, di anteporre la coscienza alla convenienza.
Un libro per chi crede nella pace
Il modo migliore dunque per leggere questo diario è farlo con la stessa intensità di affetti con cui fu scritto, ma soprattutto pensando a quella storia come chiave per meglio intendere quella di oggi, una contemporaneità ancora fatta di guerre e di conflitti che si contrappongono ad un sempre più insoddisfatto bisogno di pace, di giustizia e di libertà. Perché la testimonianza di Enrico Zampetti non guarda al passato per rinchiudervisi: guarda al passato per rendere più comprensibile il presente.
Da ultimo una considerazione sul duplice sentimento, che, alla fine della lettura, a noi sembra prevalere. Dal lager. Lettera a Marisa è infatti al contempo la storia di una vittoria narrata attraverso una storia d’amore. Non semplicemente una vittoria delle armi, ma quella, più silenziosa e più duratura, dell’umanità sulla barbarie, dell’amore sull’odio. È la voce di un uomo che, privato di tutto, scelse di non lasciarsi privare di sé stesso. E che, attraverso una lettera d’amore alla moglie, ha finito per scrivere una lettera d’amore a tutti noi. Una verità semplice, secolare, ma troppo spesso dimenticata. Quell”Omnia vincit amor” che dalle Bucoliche virgiliane ci porta alla lettera di Enrico per la sua Marisa.
—
Pag. 189
Ore 21
Adorata mia, proprio qualche ora fa, su questa stessa pagina sottolineavo in quale misura la provvidenza mi ha assistito fino ad ora. Stasera a compimento di questa giornata di santificazione mi è giunta la tua del 20 febbraio. Questa lettera si aggiunge alle altre: le supera per l’immediatezza e le comprende nella sintesi della fede e dell’amore…
…Enrico mio… Le tue parole infinitamente Sante hanno infuso nuova forza alla nostra fede e alla nostra speranza.
(Associated Medias) – Tutti i diritti sono riservati
L’articolo La libertà che nessun filo spinato poté recintare proviene da Associated Medias.

